Vermicino non ci ha insegnato niente

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“Teniamo le telecamere accese in modo da seguire in diretta il salvataggio del bambino per darvi una buona notizia.”

Così David Parenzo invita la regia de L’Aria che Tira a restare sulle immagini in arrivo da una Ischia colpita dal terremoto. Ma era proprio questo lo spirito con cui iniziò la diretta tv da Vermicino la sera dell’11 giugno 1981. L’obiettivo era quello di seguire il salvataggio di un bambino di 6 anni, Alfredino Rampi, caduto in un pozzo artesiano. Si pensò a un intervento semplice, ma di forte impatto emotivo, che potesse trasformarsi in una bella notizia per i telespettatori, in un momento caldissimo della politica italiana. Si trasformò, invece, in un lutto collettivo – da cui chi c’era non si è mai di fatto ripreso – alimentato da una diretta no-stop di 18 ore, con Rai 1 e Rai 2 a fare staffetta (e a chi non c’era consiglio di vedere la puntata dedicata de La Storia siamo Noi ).

Si dice che quella sia stata la pagina più nera del giornalismo italiano; si dice che dopo Vermicino nulla è più stato lo stesso. Evidentemente 36 anni bastano a cancellare il ricordo di un evento tv che chi ha vissuto da spettatore non potrà dimenticare mai. Personalmente ho ancora nelle orecchie il respiro affannoso di Alfredino, la sua voce metallica che chiama la mamma dopo giorni passati in un budello fangoso che non gli dava appigli: qualcuno pensò bene di calare un microfono nel pozzo e la sua voce straziò chiunque in Italia.

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